
Sono ossessionato da una domanda di nessuna importanza, indi fondamentale.
Il tabaccaio sotto casa è uno di quei tipi che se la prendon comoda: poche o tante che siano le persone che ci son da servire i tempi di attesa sono comunque biblici e ogni cliente - è una piccola tabaccheria di quartiere, siamo sempre gli stessi- ha escogitato un trucco per far passare il tempo, chi legge gli ingredienti delle caramelle – ho scoperto in questo modo delle tremende/sublimi mentos alla coccola che altrimenti mi sarebbero sfuggite – chi osserva una teoria di borse taroccate poggiate su degli espositori già fuori moda prima della mia nascita, chi lo sguardo bovino della moglie del tabaccaio sempre alle prese con misteriosi download da un portatile – e tra i riflessi del vetro su cui è poggiato il pc e quelli dell’acqua in cui galleggiano i suoi occhi è tutto uno sfrecciare d’ombre fantasmatiche di bit e byte, una visione d’agghiacciante orrore -, cosa guardare è dato alla fine dalla posizione nella fila. Il posto più ambito è quello accanto a un piccolo acquario che la diabolica coppia ha posizionato ad altezza d’occhio; lì pascolano tre pesci tropicali alle prese con una tremenda guerra etnica e alcune questioni antropologiche. Due dei pesci – due cosetti con delle sgargianti strisce bianche e rosse- scorazzano a tutto campo lungo il perimetro della vasca, mentre un terzo – un tizio con dei baffoni topeschi e sotto la pancia delle zampe da ragno – se ne sta rincantucciato sotto un archetto posticcio sempre sul punto di andarsene anche lui a farseun giro e relativa ingozzata di plancton, ma sempre respinto indietro dai modi esuberanti degli altri due. Ho seguito per mesi queste scaramuccie territoriali, gioendo ai centimetri guadagnati dal toporagno ( il furbone ha cominciato a scavar gallerie come Casanova ai Piombi) e temendo rappresaglie da parte dei due imperialisti. Poi, giorni fa, ho notato per la prima volta delle bollicine che venivan su dal fondo sabbioso e la mia attenzione si è spostata dalla guerra di razza ai misteri del fondo marino. Quelle bollicine, mi ha spiegato il tabaccaio, erano opera di un bivalvo che là sotto pasce. E quel suo emetter bollicine spurganti produce –ma qui non sò se il tabaccaio improvvisasse- cibo per i tre guerreggianti. Me lo sono a preso a cuore quel bivalvo e ho cominciato a pormi delle domande che mai prima m’avevano attraversato la mente. Ho personalizzato quel misterioso bivalvo tropicale con una vongola, il bivalvo più comune che conosca e mi son chiesto: ma quanto vive una vongola? Intendo dire quanto è la durata di vita di una vongola non di allevamento e non pescata? Quanto campa una vongola che arriva a morire di morte naturale? Il tabaccaio non mi è stato naturalmente di alcun aiuto in questo. Neppure a chiederlo in giro ad amici e parenti è uscito fuori qualcosa. Ogni tipo di teoria strampalata ma nessun dato scientifico. Anzi con mia somma sorpresa mi sono accorto che nessuno che conosco si è mai posto questa domanda., Fanculo, ho pensato, c’è la tautologia virtuale a darmi aiuto, ma neppure le più capillari ricerche in rete han soddisfatto questa mia curiosità: ora so tutto di come le vongole si riproducano, di quanto sia raffinata la loro anatomia e i loro processi digestivi,conosco ogni ricetta, ogni cottura, ogni pietanza ricavabile dal cadavere di un povero bivalvo, ma la durata della vita non è indicata da nessuna parte (ho trovato sì notizie su di una leggendaria vongola di 450 anni, ma a giudicare dal sito, c’è anche una sezione di ufologia, non è notizia di fonte così certa). Ho cercato anche una qualche bibliografia, ma tutte rimandano a un testo universitario di zoologia (sono anche andato a consultarlo in biblioteca, ma i bivalvi occupavan poco spazio e comunque nessuna notizia sulle aspettative di vita di una vongola) e uno smilzo studio specialistico sui mitili di cui però non ho trovato traccia nel mondo reale.
Ora, se qualcuno che casualmente passasse da queste parti e ancor più casualmente fosse esperto in questa materia, prego, mi aiuti, andrà mia eterna riconoscenza. In fondo non chiedo mica se Dio esista, solo quanto cazzo vive una vongola!
Alzo gli occhi verso un montaggio veloce, di facce e parole, che una qualche tv sta mandando dalla Fiera di Roma , dal congresso(?) del Partito della(o delle?) Libertà, e davanti a quei primi piani mi vien solo da pensare “che facce da cazzo”, e nel mio pensare non c’è alcun livore politico, alcuna frustrazione ideologica, solo un giudizio estetico, poi torno ad abbassare gli occhi sull’articolo che sto leggendo, e che, per bizzarra casualità, è la recensione di Ida Dominajanni(cognome di sonora intellettualità) su Alias intorno a un bel libello di Belpoliti, Il Corpo Del Capo(Guanda), che ho letto da poco e che analizza (Belpoliti con quel cognome intellettuale retrò non può che essere un intellettuale analitico) proprio l’iconografia fisico/mediatica del capo delle facce da cazzo. La recensione è un bel polpettone con i giusti rimandi antropologici, semantici, simbolici, si svaria da Baudrillard a Pasolini, dal dominio del senso al dominio del segno, tutto giusto, tutto elegantemente sciorinato, ma a me, nell’apparizione televisiva a tradimento dei cloni del capo, del capo per interposta persona, vien solo da dire “che facce da cazzo”, e in questo mio dire e pensare diretto, umorale, viscerale sento improvviso il segno della resa, le pistole giocattolo contro Godzilla che invade la città, niente analisi, nessuna critica, nessuna voglia di, solo un funereo “che facce da cazzo”.
Domani è il Record Store Day, iniziative di resistenza in ogni dove.
(...e potrei cominciare a snocciolar nomi dimenticati di antri oscuri e muffolenti dove noi -inutili cultori dell'inutile- abbiam ricevuto le prime lezioni della nostra personale educazione sentimentale in musica, ed era amore vero quello, mica il sesso mercenario e mignottesco delle Feltrinellimediastore o delle Fnac - e mi verrebbe quasi da lanciare una mini campagna parallela del tipo: "liberate le commesse precarie dagli occhi tristi del reparto musica delle Feltrinelli"...)
Quando in televisione, tipo oggi, vedo un noto regista che a proposito del suo ultimo film dice: “questo film riguarda tutti noi…è la nostra storia”, mi viene da rispondere a voce alta: “perché allora non ti fai i cazzi tuoi?”
Alla fine –vedi post sotto- l’ho preparata la zuppa di cipolle. Mi son messo lì a seguire le istruzioni della maestra digitale e ho cominciato a tagliar cipolle –sottili sottili, e la voce ha insistito più volte su questo punto, trasparenti devono essere per una zuppa con i controcazzi- , ma io sono uno di quei coglioni impressionabili che quando taglia le cipolle piange, dapprima solo per l’effluvio cipollesco, poi m’immedesimo nell’atto e vado a pensare alle cose più tristi che si posson trovare nella propria e altrui vite e ho da fermarmi per scovare uno scottex e ripetermi quanto son cretino. Finito di disperarmi con le cipolle mi sono accorto di non avere pancetta -qualche fetta di pancetta affumicata, ordina il fantasma binario- indi son calato al supermercato per approvvigionarmene ma al banco c’era la commessa di qualche post sotto, m’ha spezzato il cuore la stronza, e ho ripiegato verso il frigorifero del già pronto che era carico sì d’ogni sorta di pancetta, ma non affumicata, l’unica in tal guisa era a cubetti con stampata sulla confezione l’immagine di una forchettata di spaghetti alla carbonara, ‘sti cazzi! ho sussurrato e ne ho tirate su un paio di confezioni. Insomma, il carico di dolore delle cipolle sfrigolava ripassato in farina sul fuoco, il mantello di pancetta saltabeccava allegro sotto i colpi della paletta di legno, il brodo bolliva a parte, le patate scottate e tagliuzzate s’insaporivano di ginepro e il bicchierino di brandy era pronto a dar fine al pigolio delle cipolle e della pancetta, allora mi son detto: “orsù Glorio, mettici del tuo, non dar soddisfazione a quella francese saccente e mangiarane”, quindi ho messo dentro anche dei gambi di carciofo e, con gran soddisfazione per la mia capacità improvvisativa, qualche gamberetto surgelato già sgusciato. Ho lasciato il tutto a strabollire e mi son spaparanzato sul divano a meditare. Ho accademicamente strologato intorno alla banale e classica divisione del mondo tra chi mangia cipolla e chi aglio, buoni e cattivi insomma, buoni quelli come me che aman la cipolla, cattivi tutti gli altri. Ho pensato che in fondo anche nel popolo francese qualche buon diavolo deve pur esserci, che le poche cose che la cultura francese ci ha dato devono esser venute fuori da mangiacipolle, ho immaginato che Truffaut prima di girare una scena addentasse sempre un cipolla cruda mentre Romher son sicuro che teneva una collana d’aglio sotto un qualche stronzissimo maglione dolcevita, ho intravisto Dumas scrivere i tre moschettieri in un assolato campo di cipolle e Flaubert che ogni mattina ingollava uno spicchio d’aglio a stomaco vuoto. E su questa disgustosa immagine mi sono addormentato. Alla fine c’è da dire che la zuppa era proprio buona, tanto buona che m’ha messo su voglia di sfrenata mondanità; allora sono andato al cinema a vedermi “La famiglia Savage”, che una volta depurato da quell’atmosfera stronzetta da pesudofilmindipendenteamericano, è proprio un bel film e Seymour Philip Hoffman, son quasi certo, è un mangiacipolle come me.
Stamani(domenica) su un treno il caso(la prenotazione) mi fa sedere davanti una donna che trovo, a istinto, simpatica. Sarà il suo vestimento, una certa aria alla come capita, che mi fa sentir tranquillo in mezzo a quella selva di portatili, palmari, eleganze del riccio e cacciatori di aquiloni. Ha intorno ai quarantanni(forse più, forse meno), tanti capelli, anche se non lunghi, ricci, anzi arricciati e un paio di occhiali da sole a specchio che riflettono il paeseggio fuori come in una foto panoramica. Come me, probabilmente, si è dimenticata di comprare da bere prima di salire sul treno e siamo quindi costretti, in tempi diversi, a transumanare attraverso cinque vagoni per farci rapinare da quei ladroni prezzolati del servizio ristorante(2 euro una mezza minerale!!!!). Tutti e due ascoltiamo della musica da cloni di Ipod di dubbia provenienza, lei batte il piede a un ritmo molto lento, con gli occhi chiusi, all’apparenza molto concentrata, a tratti il piede si arresta e lei sembra cadere in un sonno leggero, entra ed esce da un sonno leggero o forse son solo pensieri improvvisi che la catatonizzano. Io non ascolto musica, ascolto alcune ricette scaricate da un podcast, roba pseudofrancese: cozze alla normanna e zuppa di cipolle gratinate, cerco di capire se sarò in grado, in un prossimo futuro, di realizzarle; mi chiedo anche perché cazzo i francesi devono ripassare al forno una zuppa di cipolle e vorrei chiederlo anche a lei, alla donna, cosa pensa di un popolo che mangia la testa di un vitello insaporita di ginepro. Ma non lo faccio. Non sono il tipo di persona che attacca a parlare con gli sconosciuti sul treno. Però immagino un mondo parallelo, un mondo dove io e lei ci conosciamo, dove posso invitarla con tranquillità ad assaggiare le mie cozze alla normanna e farmi aiutare a tagliare le cipolle e a decapitare il vitello. Anche, più semplicemente, un mondo parallelo dove io sono una persona meno timida e capace di attaccare discorso in treno o ancora, ancor più più semplicemente, un mondo parallelo dove è lei ad attaccar discorso con me. Poi accade –non che lei attacca discorso con me- accade che lei tira fuori un libro dalla borsa, “la solitudine dei numeri primi” per l’appunto, e di quel libro io so ben poco. Tutto quello che so è di aver visto, giorni prima, la vetrina di una Feltrinelli addobbata con quel libro e di aver pensato, di aver presunto, ecco l’ennesima stronzata e pochi giorni dopo di averne letto assai bane sul corriere o forse sulla repubblica e di aver ripresunto(presumere per noi pigri è davvero una gran bella comodità) “deve essere proprio l’ennesima stronzatina di un giovinotto italiano che si trastulla con le solite stronzate tipiche di quegli stronzi di suoi coetanei nel solito stronzissimo stile”, ecco quello che ho ripresunto. Quindi ci resto un po’ male che lei si metta a leggere proprio quel libro, e non che lo inizi, può capitare a tutti di prendere una sòla, ma che lo stia addirittura finendo, sta sfogliando le ultime pagine, anche se, devo dire, lo fa con una certa svogliatezza, come non le interessasse giungere a conclusione. Intanto stiamo entrando a Termini, io di solito(di solito quando sono su un treno) la prendo comoda, attendo che tutti sfollino per alzarmi, e vedo che anche lei ha quest’uso, restiamo infatti attaccati al nostro far nulla mentre intorno a noi tutti si dan da fare con giacche e bagagli. Per sono arrabbiato. Arrabbiato con lei e col suo libro, quindi m’alzo anche io e mi metto paziente in fila per calar giù. A roma è esplosa primavera. M’attardo in fondo al binario a fumare una sigaretta. La vedo passare. Trascina svagata un piccolo trolley con tre stelle rosse stampate sopra. Abbiamo un giaccone dello stesso colore. Ma lei ha quel libro, in borsa, che la trascina via da me, in un buco nero senza porte su mondi paralleli, in posti dove non ci sono vitelli da decapitare e bacche di ginepro da raccogliere. Butto via la sigaretta e m’incammino verso casa, penso a quante cipolle ho nel frigo e sono abbastanza per tirar fuori una zuppa.
E che cazzo! a neanche due mesi da questo esce quest’altro, per chi mi avete preso lì all’Einaudi? son uno a stipendio fisso mica un evasore fiscale del nordest! e che ricazzo! per fortuna alla Feltrinelli c’è il 30% sugli Einaudi, e visto che io alla Feltrinelli non compro mai nulla se non i libri della Munro da quando ho scoperto che lì utilizzano delle tecniche goduriose per vendere le merci della vecchietta canadese*, lo sconto arriva prorio a ciccio, quindi eseguo(i libri della Munro van sempre comprati appena escono, dopo qualche giorno puzzano di morto, è un effetto collaterale della loro natura religiosa, per cosa credete che ci han fatto buttare tempo e gioventù dapprima sulle stanghette e i cerchi, poi sulle vocali e sulle consonati, indi sull’analisi logica e grammaticale, infine sulle lingue morte e su quelle assassine se non per arrivare un giorno a poter leggere i racconti della Munro, i romanzi di piacca Roth e le visioni di piacca Dick?). Stamani esco di casa con il libro e calcolando che tra bus e metro il tempo di percorrenza tra casa e lavoro varia tra i quaranta minuti e l’eternità, conto, tra andata e ritorno, di leggermi almeno un racconto, magari due. Decido di rinunciare addirittura all’Ipod(non che sia una gran rinuncia a dire il vero, visto che negli ultimi giorni, causa il mio umore depresso e deprimente, era tutto un vagare tra Nick Drake, Leonard Cohen e Lucinda Williams, dopo m'è solo rimasto di buttar dentro un Te Deum e buttar me sotto le rotaie). Nel primo racconto c’è una bibliotecaria, una bibliotecaria canadese degli anni venti di facili costumi(per l’epoca), che s’intrattiene biblicamente con un commesso viaggiatore nell’albergo in cui vive, ma prima del piacere si fa un dovere di raccontargli una storia, la storia di una corrispondenza che nel 1917 intratteneva con un soldato al fronte, una corrispondenza malandrina che li fa sospirare d’amore e di promesse, ma a guerra finita il soldato scompare nel nulla, fino a che lei, da un articolo di un giornale locale, scopre che il marrano si è bellamente sposato, e ancor peggio trova un biglietto, in biblioteca, vergato da apparente mano misteriosa con su le scuse del marrano per il suo comportamento, ero già fidanzato, scrive, e promesso sposo da prima della carneficina internazionale e indi il matrimonio s’aveva da fare. Ora, chi è aduso alla lettura della Munro, saprà che questo plot da soap non è altro che l’anticamera, il triste presagio di qualche accadimento indicibile, di qualche casualità infida, di un qualche destino ineluttabile nella sua malvagia semplicità. E’ il punto dove il tipico lettore della Munro si ferma e dice, tra se e se, e ora cosa cazzo succederà? E questo punto per me è arrivato proprio aalla mia fermata, al mio personale luogo di detenzione lavorativa, per cui mentre traversavo la disatrata piazza facendo attenzione a non farmi arrotare da qualche suv rubato da uno zingaro rumeno pensavo alla bibliotecaria del 1917, ai commessi viaggiatori in cerca di compagnia nei motel della provincia canadese e al diabolico meccanismo del destino che ogni persona racchiude inconsapevole in se. Avrei voluto finire il racconto invece di andare al lavoro, mi dicevo: “a destra ho il lavoro, a sinistra il bar dei cinesi, che strada imbocco, che decisione prendo?”. Ovviamente sono andato dai cinesi ad avvelenarmi con il loro caffè all’acqua sporca, ho pensato che un po’ di millenaria saggezza m’avrebbe fatto riflettere meglio sulle gonne e le lettere d’amore di una bibliotecaria del 1917. Ma mentre m’interrogavo se il caffè sapesse più di cicoria o di cicuta m’è torntato in mente(la mattina sono una tabula rasa, ho bisogno di almeno tre quattro ore per ricordare chi sono, come mi chiamo, quanti anni ho..ecc., le cose basiche insomma) che lì, dove presto la mia opera di schiavo, avevo a disposizione un’intera classe di bibliotecarie psicotiche su cui speculare, cercar raffronti e differenze tra loro e una collega del 1917, immaginare possibili sviluppi del racconto della Munro osservando le dinamiche delle psicobibliotecarie. Premetto che non son tutte donne, c’è anche qualche uomo, ma –e non è una sparata sessista- i bibliotecari son bibliotecarie nell’animo, punto e basta. Naturalmente il mio tentativo di munrorizzare le mie lettricidicodiciISBN si è rivelato fallimentare. Qualunque mio timido accenno alla Munro si è frantumato contro lo sguardo bovino tipico delle lettrici di cacciatoridiaquiloni e ladridimerendine. Con l’assidua e non cercata frequentazione delle suddette ho imparato un po’ di cose su di loro, non che questo mio sapere torni utile per capire cosa cavolo farà quella stramaledetta bibliotecaria del 1917, ma son regolette che tornano buone nella vita di tutti giorni. Prima regola: mai restar da soli nella stanza con una bibliotecaria e se proprio dovete assicuratevi di lasciare la porta aperta, si lo so’ che tutti noi nascondiamo segreti nell’armadio, che c’è chi ama le fruste e il lattice, chi invece farsi spegnere cicche sul petto o chi mostrar le proprie nudità nei parchi pubblici, ma queste son cose che si possono comprendere, capire, ma rimanere sotto le grinfie di una bibliotecaria può arrecare danni permanenti,; altra regola, che più che una regola è un simpatico giochetto da salotto, provate a nominare Roth a una bibliotecaria e lei vi risponderà “si certo, Joseph”, o peggio(forse meglio) “certo Tim, quello del film di Tornatore tratto dal romanzo di Baricco” e la “o” di Baricco risplenderà di orgasmica inflessione. Un giorno vidi una di loro legger Possessione della Byatt durante una pausa e allora l’importunai speranzoso di trovar comune afflato, era una timida biondina dalle delicate fattezze, intorno ai quaranta( d è l’eta minima tra di loro, le più giovani son tutte precarie o servizio civile), e parlando lei pronunciò il nome Byatt alla francese, non disse baiatt, ma biàtt!!!! –ma bisogna capirle, stan sempre a sbrodolarsi con la loro grande Cultura Umanistica, e con questo intendono quella manciata d’anni che passa tra Manzoni e Flaubert, al massimo le più spregiudicate s’inerpicano su su fino a Croce, son le ultime Crociane d’Italia, vanno preservate. Insomma, per farla breve, ho buttato le mie sei ore senza giungere a capo del mistero della bibliotecaria del 1917, quindi son stato proprio felice quando ho ripreso la metro certo di poter leggere il seguito del racconto, ma, e mi vien da piangere, il libro non c’era più nella mia borsa, sparito, dissolto. Ho ricostruito ogni mio gesto, movimento, atto, ma nulla, son sicuro di aver riposto il libro nella borsa, l’unica possibilità. è che una di loro me l’abbia fregato, non per il vaolore in sé, son certo, e neppure per
Insomma, qualcuno mi aiuti, che cavolo succede alla bibliotecaria del 1917???
*ho acquistato il precedente libro della Munroin un megastore feltrinelli poco prima di Natale, non riuscivo a trovarlo in mezzo a tutte quelle agendine e quei calendari con i gatti, allora spazientito ho chiesto aiuto a un commesso, lui, con modi gentili, mi ha domandato se dovevo regalarlo a una donna, dato che -a parere del commesso o dell'ufficio marketing della Feltrinelli non so- è il libro di un'autrice indicata per una donna. Signori dell'accademia delle lettere di stoccolma o come diavolo si chiama, se proprio non volete dare il Nobel alla Munro almeno datelo ai commessi della Feltrinelli.