lunedì, 30 ottobre 2006

Sulla metro  una donna leggeva il libro di Walter Veltroni, cazzo, lo devo ripetere perché ancora non ci credo: leggeva il libro di Walter Veltroni! L’ha terminato davanti ai miei occhi e soddisfatta l’ha riposto nella borsa. Scendendo le ho rivolto un’ultima occhiata, aveva un’espressione di leggra felicità, come dopo un atto gradevole e memorabile. Riemerso alla luce ho guardato il mondo con occhi nuovi velati di sospetto. Quanti tra loro, tra i miei simili, nascondono l’inconfessabile segreto della lettura di un libro di Veltroni? In quale angolo remoto delle loro case lo celano all’altrui sguardo? In un ultimo slancio di fede verso l’umanità ho preso ha snocciolare ipotesi difensive. Forse luminari della psicoanalisi omeopatica lo prescrivono come cura ai depressi cronici. Magari avveduti insegnanti di lettere ne obbligano la lettura ai loro alunni più riottosi per fargli capire come finiranno se non si rimettono in riga. Avrà sostituito il gatto a nove code e gli stivali chiodati negli ambienti sadomaso? Viene regalato in allegato all’ultimo disco di Ivano Fossati?(ma qui il mio incedere ha un lieve inceppo in quanto sarebbe ipotesi realistica anche il contrario e dovrei ricominciare tutto da capo con altro soggetto oppure ragionare intorno al quesito dell’uovo e la gallina). Che Umberto Eco quarantanni dopo “la fenomenologia di mike buongiorno” abbia scritto un altro memorabile saggio rinnovandone l’oggetto? Insomma rischio di non uscirne più e di passare il resto dei miei giorni a fare l’eremita alle Maldive per cercare di elaborare uno straccio di teoria. Per fortuna un geniale avviso appiccicato a una vetrina pone termine alla mia carriera di confutatore veltroniano: c’è scritto “madrelingua impartisce lezioni di inglese e francese”, la sana follia dell’anonimo estensore mi rimette in pace col mondo, vale da solo molto di più della bibliografia completa di Veltroni, stacco il quadratino di carta con il numero di telefono di questa meraviglia genetica e m’avvio leggero verso il lavoro.

(ovviamente non ho mai letti un libro di Walter veltroni, quindi il mio giudizio(?!?) può apparire ingiusto e avventato, ma altresì solo un veltroniano può pensare che le cose vadano lette\viste\ascoltate prima di essere giudicate, per quanto mi concerne parto da un assunto che precede il tutto: come cavolo si fa a leggere un libro di v.v.?)

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mercoledì, 25 ottobre 2006

Leggendo “sulla bellezza” di zadie smith incappo in un accenno ad “halleluiah” di leonard cohen: uno dei personaggi la definisce “l’ inno che decostruisce un inno” e forse –aggiungo io- è per questo che la versione di jeff buckley appare -senza esserlo davvero- più bella dell’originale, perché lascia perdere la decostruzione e ci riporta nel rito, ci rassicura con una zaffata d’incenso. Mi piaceva scriverla questa cazzata perché ritengo ingiusto che una presuntuosa scrittrice afroinglese con laurea a Oxford si arroghi il copyright delle stronzate. E’ una questione di classe, razza e politicamente corretto.

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Dylan in Modern Times ha la voce di un vecchio cantante da night seduto sopra un manico di scopa. Trovo questa una ragione sufficiente per acquistarlo. In fondo anche l’unica.

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giovedì, 19 ottobre 2006

Ho visto un cavolo di film francese e alla fine ho pensato: ma l'onu non potrebbe fare qualcosa tipo una risoluzione che obblighi i francesi a investire l'ammontare di ogni film prodotto, che so, nella costruzione di un pozzo d'acqua in sudan, la realizzazione di un ospedale nello zambia o cose del genere, e poi, anche gli attori dovrebbero prestare un tot di ore in qualche sorta di servizio sociale, tipo servire a mensa i barboni o far da baby sitter alle famiglie disagiate in qualche ghetto parigino; infine credo che, sempre l'onu, dovrebbe fare una moratoria per impedire l'utilizzo della fisarmonica(anche campionata) in qualunque colonna sonora(ma l'estenderei a ogni tipo di arrangiamento) per i prossimi 30 anni.
sono proprio dei mangiarane

 

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mercoledì, 11 ottobre 2006

Ho preso atto, col tempo, di possedere una inveterata tendenza alla malinconia. Con una spruzzata di dark. Qualcosa tipo Cime Tempestose. Anche se non l’ho mai letto. A pensarci meglio mi troverei più a mio agio nella trasposizione cinematografica, quella l’ho vista; ma dato che la tendenza alla malinconia sgomita con quella alla pigrizia e alla cialtroneria verrebbe fuori qualcosa tipo Totò, Peppino e la fanciulla dello Yorkshire. Io, in qualunque caso, farei la parte della nebbia. Anche perché non credo sia previsto un ruolo per un  uomo disteso sul divano che legge il giornale.

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lunedì, 09 ottobre 2006

Ho recuperato un vecchio scatolone dove nel corso degli anni ho concentrato tutto il vinile che non mi piace, che mi schifa, m’imbarazza e non sono riuscito in nessun modo a disfarmene. In quel tetro camposanto ho ritrovato, non senza emozione, un disco che fa parte di quei piccoli misteri irrisolti che la vita ci assegna un tot ciascuno. E’ un disco che mi è stato regalato oramai quasi trentanni orsono dalla mia sorella maggiore, già allora –il disco- in evidente stato di usura, sia nella superfice vinilica che  nella copertina. Il titolo è “revelation”, nello stesso modo si chiama il baldo trio di musicanti e stesso nome porta la prima chilometrica traccia. L’anno di incisione è il 1969. I tre in copertina somo ritratti a torso nudo in mezzo alla prateria americana, hanno l’aria di tre scassati hell’s angel che i compagni di bevute han mollato in mezzo al nulla dopo avegli fregato la moto. E li capisco. E’ un disco avvero brutto. E’ quel genere di cosa, che –immagino- avrebbe messo su un motociclista decerebrato con un tatuaggio sul pisello in occasione di un congresso carnale con una falsa bionda platino. Nel corso degli anni ho cercato di capire qualcosa intorno a questi poveretti. Non ho trovato alcuna traccia in nessuna delle gigantesche quanto inutili “enciclopedie dei musicisti rock”, neppure in quelle di lingua inglese. Ovvero, esistono e sono esistiti gruppi con quel nome, canzoni con qul nome etc.. ma niente è riconducibile ai tre in oggetto. E in seguito, neppure la tautologia dell’era digitale mi ha aiutato. Internet ha scavato una fossa sopra i tre. Mia sorella, messa alle strette, ha confessato di avermi fatto quel dono per puro ribrezzo verso l’oggetto e il suo contenuto, e che comunque era stato anche a lei  regalato. Non è mai riuscita a capire chi fossero quei tre. Anzi, pensa che quel disco, forse, porti anche un po’ di sfiga. Sono tornato indietro nella malefica catena di Sant’Antonio ma mi son dovuto arrendere per la sopravvenuta morte di uno degli anelli.

Forse quel disco è arrivato a noi attraverso un’improvvisa apertura spazio temporale da un beffardo mondo parallelo, oppure è il contenuto di un sacco dell’immondizia scaricato da un maleducato disco volante di passaggio, o una vestigia di Atlantide e magari proprio la causa del suo inabissamento. Non mi sovviene chi  fosse quel cantante cretino che si chiedeva chi fossero i Beatles, troppo facile, dimmi chi cazzo erano i Revelation.

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venerdì, 06 ottobre 2006

Mi hanno deportato per alcuni giorni a un corso di aggiornamento. Ho imparato i termini: reengineering, coaching(che può essere individual oppure on-line), assessment , modello di Kolb, schema AERL; ho scoperto di possedere un attitudine relazionale di tipo indiretto(bassa assertività), di avere uno stile di apprendimento pragmatico/riflessivo. La cosa che però mi ha più intrigato è che i docenti di questi corsi hanno tutti 30 anni, un gessato grigio, un contratto a progetto  e sono calvi(deve esistere una catena di causa-effetto fra le tre ultime proprietà) .Non ho capito un cazzo delle balle mi hanno rifilato per una settimana però la cocacola alla macchinetta distributrice costava solo 35 centesimi; quando ne aprivo una mi lanciavano dei gelidi sguardi di tipo autorevole/empatico con un certo retrogusto motivazionale. Mi piace immaginarli nei loro monolocali di periferia, alle sei di mattina, intenti a stirarsi la camicia tinta unita, con davanti a loro dodici ore di immani cazzate. Però hanno l’anima del leader.

p.s. spero che non abbiano tempo di leggere i blog, spero che se li leggono schifino il mio, spero che non mi individuino insomma, che il pensiero di ritrovarmi faccia a faccia con uno di quei cognitanti calvi che mi da del demotivatore demotivante nel buio androne sotto casa mi inquieta non poco.

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giovedì, 05 ottobre 2006
C’è questo mio nuovo collega, c., che somiglia a Charlie Watts. Ha identici occhi, frangetta e una collezione di cravatte nere e strette. Non ho mai trovato né il coraggio, né l’occasione per dirglielo. Non siamo abbastanza in confidenza e non credo conosca Charlie Watts. O magari non gradirebbe se io gli chiedessi se sua madre ha mai avuto dei rapporti frettolosi nel camerino di un palasport con il batterista dei rolling stones. Lo osservo da dietro il vetro della sua aula alla ricerca del quattroquarti nei suoi gesti, ritrovo la regolarità del battito nel suo modo di tagliare e mangiare la pizza durante le pause. E’ una persona assai gentile, ma comincia a evitarmi, credo si sia fatto strane idee sul mio conto. Una volta o l’altra dovrò dirgli che quello che conta nelle cose non è il ritmo, ma la passione.
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