lunedì, 29 ottobre 2007

Io, i capelli, li taglio ogni sei mesi. Vado sempre dallo stesso barbiere. E’ lontano, ma non importa. Lui mi capisce. Mi ha visto crescere ma non sa nulla di me. Non rompe le palle con inutili domande e io non lo tedio con risibili informazioni sulla mia vita. Non è il mio analista, non è mio amico né mio confidente. E’ uno che mi taglia i capelli e io lo pago per la prestazione d’opera. Un rapporto sincero cementato attraverso i decenni. Non devo neppure spiegargli come lo voglio, il taglio, ne ha uno solo, sempre lo stesso per tutti. E’ una vecchia barberia, la sua, non nel senso d’epoca ma proprio di vecchia, cade tutto a pezzi, le sedie cigolano, gli specchi sono incrinati e incrostati, i clienti incartapecoriti e silenti su un divanetto tritticante a leggere una copia spiegazzata del Messaggero, mai quella del giorno. Sembra di stare dentro Everything Is Broken di Bob Dylan, per chi la conosce. Quando arrivo io si può dire che insieme a me entri l’ala della giovinezza. Ed è tutto dire. Uno dei pochi posti dove sono ancora il più giovane dei presenti. Di lui però qualcosa, senza averne l’intenzione, ho carpito. So che gli piace il liscio. E’ la colonna sonora costante di ogni seduta. Niente radio o cd, solo vecchie musicassette ansimanti. Copertine con improbabili cantanti imbrlillantinati o false bionde dalla capigliatura lunga e sciolta. Mentre taglia ci canticchia sopra. Nei momenti topici va in battere con le forbici insieme al basso. In quei frangenti sembra proprio di esserci in qualche enorme sala da ballo a spiare i movimenti di gambe dei ballerini. Altro che istallazioni di arte contemporanea o musica d’ambiente di Brian Eno. Il mio barbiere è molto meglio. L’altro giorno era il giorno. Sono arrivato davanti al negozio pregustandomi il giornale della settimana prima e romagna mia, invece la saracinesca era abbassata. Ho chiesto lumi al proprietario del negozio di surgelati accanto e ho scoperto che il mio barbiere era morto. Mi ha detto "Non lo sa? Luigi è morto in luglio." Dopo oltre venti anni ho scoperto anche il suo nome.

Quindi, caro Luigi, sappi che neppure in questo frangente ho tradito la tua fiducia. Non ho cercato asilo da qualche tuo sfocato epilogo, anche perché non ce ne sono. Non lo sapevo ma mi avevi viziato. Ho scoperto, da fesso ritardato quale sono, che in questi decenni, mentre tu mi tenevi al tepore del panno caldo dopo la barba, i barbieri sono molto cambiati. Eppure vedendo a zonzo tutti quegli stronzi con pettinature da stronzo avrei dovuto capirlo. In un mio timido giro il giorno dopo ho scoperto barbieri che intrattengono i clienti con librerie fornitissime; barbieri che hanno delle inservienti al taglio( Luigi, la divisione e la specializzazione del lavoro ci ha colto impreparati, eppure Marx ci aveva avvertitoper tempo) bardate come le veline, e dal listino prezzi verrebbe da pensare che dietro alla parola taglio ci siano altre e più specializzate prestazioni; barbieri che il negozio sembra averglielo progettato Renzo Piano; barbieri di cui non so dire nulla perché alla porta c’è un buttafuori. Insomma, caro Luigi, ho seguito il tuo telepatico consiglio e mi sono recato al più vicino Hard Discount dove per euro 15 ho comperato una macchinetta fai da te con lame in plastica dentate di ogni misura e per ogni taglio. Ora mi accingo all’opera, ho anche messo su un cd in tuo onore, non è liscio, ma è country, non t’incazzare, lo so che non è la stessa cosa ma quasi, poi sai, la globalizzazione e tutte quelle altre stronzate, su qualcosa, Luigi, dovremo pur cedere, son tempi di merda questi.

 

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martedì, 23 ottobre 2007

L’uscita di un nuovo disco di Robert Wyatt è una sorta di bandierina rossa che segnala  e scandisce i cambiamenti e le stagioni della mia vita. Potrei rappresentarla(la mia vita) con un diagramma suddiviso in blocchi, ogni blocco comincia e finisce con un disco di Wyatt. Io e lui, anche se lui non lo sa, abbiamo molto da dirci, e tanto ci siamo detti. A volte ci siamo presi a male parole, altre volte non ci siamo capiti o più semplicemete ignorati. Col passare degli anni, io e lui, abbiamo semplificato i nostri ragionamenti e ridotte le nostre aspettative. Siamo diventati, nell’accezione scantiniana(da artur) del termine, minimalisti.

Comicopera contiene, tra le altre tante ottime cose, una semplice e bella canzone d’amore, Just as You Are, che se vivessimo in un mondo migliore di questo, sarebbe la hit del momento. Ma a me e a lui delle classifiche poco ci cale, quindi in barba alle leggi sul copyright la riverso in questo post e la dedico ai miei quattro lettori.

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martedì, 16 ottobre 2007
Al telegiornale è passato un servizio su un fantomatico corso di laurea per cuochi, a Parma, mi sembra di aver capito. C’era un gruppo di laureandi che impastava delle fettuccine, con eleganza e competenza, e c’era pure Gualtiero Marchesi, credo sia il rettore di questo corso, che teneva in mano un pugno di queste fettuccine, le teneva appoggiate al viso, con la testa inclinata e l’aria assorta. Dopo una pausa solenne ha detto rivolto ai discepoli(parole quasi testuali, traduzione dall’italiano approssimativo di marchesi a quello approssimativo di gloriagloom):”non è importante utilizzare il prodotto(le fettuccine) migliore, né utilizzare le tecniche di preparazione più raffinate; il prodotto(le fettuccine) bisogna conoscerlo, capirlo e saperlo ascoltare!” Ora, io che sono un ragazzo impressionabile e poco portato all’iperbole, ho spento la tv e mi sono precipitato in cucina. Ho preso in mano una manciata di mezze penne rigate n.32, e idealmente genuflesso, ho chiesto loro perdono; perdono per tutte quelle sere che dopo essere rientrato stanco e incazzato le ho buttate nell’acqua bollente senza nemmeno aver detto buonasera, come va?, passato una buona giornata?; per averle tenute chiuse nel buio di una credenza senza curarmi delle loro esigenze mondane; per aver confuso quei rumori notturni che arrivavano dalla cucina per borbottii di tubature o voci di fantasmi; ma sono pronto a riconoscere le mie colpe, a tentare un riavvicinamento per quanto difficile. La strada sarà lunga e piena di insidie, ma forse, con l’aiuto di uno specialista, magari una terpaia di gruppo, io e le mezze penne rigate potremo tornare a essere quella famiglia che non è mai stata, fare colazione insieme la mattina e lasciarci vicendevoli post-it appiccicati sul frigorifero. Poi col tempo, chissà…
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lunedì, 15 ottobre 2007

 

Tra le ultime cose che ho letto.

H.P. L'ultimo autista di Lady Diana - Beppe Savasta

Fosse stato per la copertina non l’avrei mai comprato, ma avendo letto una intelligente recensione di un intelligente recensore che mi assicurava dell’intelligenza di questo libro e cosa non secondaria, essendo in corso una promozione con lo sconto del 30% su questa collana Einaudi,  mi son detto perché no. E in effetti il tutto è assai sfizioso, una sorta di ricostruzione storica dalla parte degli ultimi(ora lo so’ che la storia ci ha proposto di meglio della morte di una  ex principessa miracolata e poi punita dal fato –ma almeno ci si rende conto cosa succeda a essere amici di Elton John e Pavarotti); viene ripercorsa la vita di Henri Paul, l’autista di Diana in quella mediatica notte di tregenda. E c’è da dire che la vita di costui è assai più interessante di quella di colei. A tirar le fila di questa inchiesta riparatrice è un intellettuale italiano di stanza a Parigi. E il problema, l’unico problema di questo delizioso libretto, è proprio questo. Per compiacere la dea della supposta( e il termine può assumere ogni sua valenza semantica) intelligenza l’autore shakera la sua di vita con quella del povero Henry Paul. E c’è tutto un parallelo andar tra le vie di Parigi, uno scartabellar tomi di oscuri filosofi(almeno a me oscuri), un girovagar tra conferenze alla Sorbona e letti di donne francesi. Se c’è una cosa che non sopporto, dopo i francesi, sono gli italiani che si atteggiano a francesi. Siam già tanto stronzi di nostro perché beccarsi anche il surplus di stronzaggine di chi stronzo lo è storicamente?

 

Caos calmo - Sandro Veronesi

Io un libro di Veronesi non lo toccherei neppure col forcipe, ma ero immobilizzato in un letto senza niente da leggere e il mio vicino non sembrava in condizione di poter leggere alcunchè, quindi l’ho preso in prestito dal suo comodino e mi ci son buttato dentro. Devo ammettere che ero prevenuto e devo convenire che la mia prevenzione era giustificata. Mi sono trascinato faticosamente fino a circa pagina cinquanta e dopo aver buttato uno sguardo al mio vicino e dopo aver constatato che non aveva per niente una buona cera ho pensato: “ma se oltre a essere una stronzata col botto portasse pure sfiga?” per cui ho abbandonato al suo destino il vedovo(il personaggio del libro) in macchina in attesa della figlia rompicazzo. Qualche giorno dopo, uscito finalmente dal quel luogo di costrizione, ho lasciato che tutto scivolasse nell’oblio. Ripassando da quelle parti per alcuni controlli, ho fatto un salto nella mia vecchia stanza. Il mio vicino non c’era più, il letto era intonso e rifatto di fresco. Ora i casi son due: o lo hanno dimesso e si sta felicemente godendo la sua convalescenza oppure ha finito il libro di Veronesi.

 

Acqua di mare - Charles Simmons

Qui c’è poco da dire: è il libro più bello che ho letto negli ultimi mesi. Non ci sono aquiloni, non ci sono 3040enni quattrinai in macchina in attesa della figlia, non ci sono minoranze etniche e neppure bilanci di vita. Solo un adolescente in fregola, un padre affogato, una femme fatale diociottenne e una scrittura perfetta. Poi son solo 120 pagine con un font pure grandicello. E’ un romanzo metaforico ma l’ho capita persino io che alle metafore sono impermeabile. Via, comprare!

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mercoledì, 10 ottobre 2007
Stamani, sotto casa, c'era un grande topo morto. Un vicino, piu' schifato che pietoso,  lo ha coperto con un volantino della Lista per Veltroni. Un inconsapevole genio.
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