Ho sognato di trovarmi alla stazione Termini, al piano di sotto, nel centro commerciale, in quell’open bar tutto nero che vende cibo da asporto finto giapponese, wok,zoc,bok o come cazzo si chiama, in compagnia di un gruppo di venditori, vestiti tutti uguali, anche io come loro, ognuno con una pesantissima e deformatissima borsa, siamo un gruppo di venditori di incudini, ogni tanto qualcuno cade a terra sfinito, senza la forza di rimettersi su, solo che io non sono come loro, la mia borsa è vuota, sono un impostore, sono lì in missione per conto di Dio, ho un appuntamento segreto con Alice Munro. Era un sogno assurdo e febbrile, dettato dal fatto che il giorno di Natale avevo la febbre a 40, stavo cercando di leggere l’ultimo libro della Munro e in tv stavano dando i Blues Brothers. Questo all’apparenza. Non ho un approccio Freudiano ai sogni, quella è roba da maniaci sfigati con problemi di ego e iperesposizione alla tv, il mio è un approccio Dickiano ai sogni, nel senso di Ph, K., i miei sogni sono i sogni di un altro e i suoi quelli di un altro ancora e così via fino ad arrivare a un ragazzino bizzoso in semivita sospeso in qualche liquido amniotico che genera universi come bolle di sapone, o in alternativa sono effetti di una droga estratta da un lichene marziano che simula esistenze, universi e sogni per farci sopportare la nostra esistenza di coloni plutoniani al soldo della Mediolanum Inc. Comunque sia, i venditori son scomparsi sopraffatti dalle loro incudini ed è comparso mio padre, sono anni che non sogno mio padre, ma è mio padre di una vecchia foto del dopoguerra, giovane e felice, con una camicia a scacchi, ed è molto più giovane di quanto sia io adesso, e la cosa mi imbarazza, anche perché sto aspettando











