lunedì, 25 febbraio 2008

Stamani(domenica) su un treno il caso(la prenotazione)  mi fa sedere davanti  una donna che trovo, a istinto, simpatica. Sarà il suo vestimento, una certa aria alla come capita, che mi fa sentir tranquillo in mezzo a quella selva di portatili, palmari, eleganze del riccio e cacciatori di aquiloni. Ha intorno ai quarantanni(forse più, forse meno), tanti capelli, anche se non lunghi, ricci, anzi arricciati e un paio di occhiali da sole a specchio che riflettono il paeseggio fuori come in una foto panoramica. Come me, probabilmente, si è dimenticata di comprare da bere prima di salire sul treno e siamo quindi costretti, in tempi diversi, a transumanare attraverso cinque vagoni per farci rapinare da quei ladroni prezzolati del servizio ristorante(2 euro una mezza minerale!!!!). Tutti e due ascoltiamo della musica da cloni di Ipod di dubbia provenienza, lei batte il piede a un ritmo molto lento,  con gli occhi chiusi, all’apparenza molto concentrata, a tratti il piede si arresta e lei sembra cadere in un sonno leggero, entra ed esce da un sonno leggero o forse son solo pensieri improvvisi che la catatonizzano. Io non ascolto musica, ascolto alcune ricette scaricate da un podcast, roba pseudofrancese: cozze alla normanna e zuppa di cipolle gratinate, cerco di capire se sarò in grado, in un prossimo futuro, di realizzarle; mi chiedo anche perché cazzo i francesi devono ripassare al forno una zuppa di cipolle e vorrei chiederlo anche a lei, alla donna, cosa pensa di un popolo che mangia la testa di un vitello insaporita di ginepro. Ma non lo faccio. Non sono il tipo di persona che attacca a parlare con gli sconosciuti sul treno. Però immagino un mondo parallelo, un mondo dove io e lei ci conosciamo, dove posso invitarla con tranquillità ad assaggiare le mie cozze alla normanna e farmi aiutare a tagliare le cipolle e a decapitare il vitello. Anche, più semplicemente, un mondo parallelo dove io sono una persona meno timida e capace di attaccare discorso in treno o ancora, ancor più più semplicemente, un mondo parallelo dove è lei ad attaccar discorso con me. Poi accade –non che lei attacca discorso con me- accade che lei tira fuori un libro dalla borsa, “la solitudine dei numeri primi” per l’appunto, e di quel libro io so ben poco. Tutto quello che so è di aver visto, giorni prima, la vetrina di una Feltrinelli addobbata con quel libro e di aver pensato, di aver presunto, ecco l’ennesima stronzata e pochi giorni dopo di averne letto assai bane sul corriere o forse sulla repubblica e di aver ripresunto(presumere per noi pigri è davvero una gran bella comodità) “deve essere proprio l’ennesima stronzatina di un giovinotto italiano che si trastulla con le solite stronzate tipiche di quegli stronzi di suoi coetanei nel solito stronzissimo stile”, ecco quello che ho ripresunto. Quindi ci resto un po’ male che lei si metta a leggere proprio quel libro, e non che lo inizi, può capitare a tutti di prendere una sòla, ma che lo stia addirittura finendo, sta sfogliando le ultime pagine, anche se, devo dire, lo fa con una certa svogliatezza, come non le interessasse giungere a conclusione. Intanto stiamo entrando a Termini, io di solito(di solito quando sono su un treno) la prendo comoda, attendo che tutti sfollino per alzarmi, e vedo che anche lei ha quest’uso, restiamo infatti attaccati al nostro far nulla mentre intorno a noi tutti si dan da fare con giacche e bagagli. Per sono arrabbiato. Arrabbiato con lei e col suo libro, quindi m’alzo anche io e mi metto paziente in fila per calar giù. A roma è esplosa primavera. M’attardo in fondo al binario a fumare una sigaretta. La vedo passare. Trascina svagata un piccolo trolley con tre stelle rosse stampate sopra. Abbiamo un giaccone dello stesso colore. Ma lei ha quel libro, in borsa, che la trascina via da me, in un buco nero senza porte su mondi paralleli, in posti dove non ci sono vitelli da decapitare e bacche di ginepro da raccogliere. Butto via la sigaretta e m’incammino verso casa, penso a quante cipolle ho nel frigo e sono abbastanza per tirar fuori una zuppa.

postato da: gloriagloom alle ore 09:20 | Permalink | commenti (10)
categoria:
sabato, 16 febbraio 2008

E che cazzo! a neanche due mesi da questo esce quest’altro, per chi mi avete preso lì all’Einaudi? son uno a stipendio fisso mica un evasore fiscale  del nordest! e che ricazzo! per fortuna alla Feltrinelli c’è il 30% sugli Einaudi, e visto che io alla Feltrinelli non compro mai nulla se non i libri della Munro da quando ho scoperto che lì utilizzano delle tecniche goduriose per vendere le merci della vecchietta canadese*, lo sconto arriva prorio a ciccio, quindi eseguo(i libri della Munro van sempre comprati appena escono, dopo qualche giorno puzzano di morto, è un effetto collaterale della loro natura religiosa, per cosa credete che ci han fatto buttare tempo e gioventù dapprima sulle stanghette e i cerchi, poi sulle vocali e sulle consonati, indi sull’analisi logica e grammaticale, infine sulle lingue morte e su quelle assassine se non per arrivare un giorno a poter leggere i racconti della Munro, i romanzi di piacca Roth e le visioni di piacca Dick?). Stamani esco di casa con il libro e calcolando che tra bus e metro il tempo di percorrenza tra casa e lavoro varia tra i quaranta minuti e l’eternità, conto, tra andata e ritorno, di leggermi almeno un racconto, magari due. Decido di rinunciare addirittura all’Ipod(non che sia una gran rinuncia a dire il vero, visto che negli ultimi giorni, causa il mio umore depresso e deprimente, era tutto un vagare tra Nick Drake, Leonard Cohen e Lucinda Williams, dopo m'è  solo rimasto di buttar dentro un Te Deum e buttar me sotto le rotaie). Nel primo racconto c’è una bibliotecaria, una bibliotecaria canadese degli anni venti  di facili costumi(per l’epoca), che s’intrattiene biblicamente con un commesso viaggiatore nell’albergo in cui vive, ma prima del piacere si fa un dovere di raccontargli una storia,  la storia di una corrispondenza che nel 1917 intratteneva con un soldato al fronte, una corrispondenza malandrina che li fa sospirare d’amore e di promesse, ma a guerra finita il soldato scompare nel nulla, fino a che lei, da un articolo di un giornale locale, scopre che il marrano si è bellamente sposato, e ancor peggio trova un biglietto, in biblioteca, vergato da apparente mano misteriosa con su le scuse del marrano  per il suo comportamento,  ero già fidanzato, scrive,  e promesso sposo da prima della carneficina internazionale e indi il matrimonio s’aveva da fare. Ora, chi è aduso alla lettura della Munro, saprà che questo plot da soap non è altro che l’anticamera,  il triste presagio di qualche accadimento indicibile, di qualche casualità infida, di un qualche destino ineluttabile nella sua malvagia semplicità. E’ il punto dove il tipico lettore della Munro  si ferma e dice, tra se e se, e ora cosa cazzo succederà? E questo punto per me è arrivato proprio aalla mia fermata, al mio personale luogo di detenzione lavorativa, per cui mentre traversavo la disatrata piazza  facendo attenzione a non farmi arrotare da qualche suv rubato da uno zingaro rumeno pensavo alla bibliotecaria del 1917, ai commessi viaggiatori in cerca di compagnia nei motel della provincia canadese e al diabolico meccanismo del destino che ogni persona racchiude inconsapevole in se. Avrei voluto finire il racconto invece di andare al lavoro, mi dicevo: “a destra ho il lavoro, a sinistra il bar dei cinesi, che strada imbocco, che decisione prendo?”. Ovviamente sono andato dai cinesi ad avvelenarmi con il loro caffè all’acqua sporca, ho pensato che un po’ di millenaria saggezza  m’avrebbe fatto riflettere meglio sulle gonne e le lettere d’amore di una bibliotecaria del 1917. Ma mentre m’interrogavo se il caffè sapesse più di cicoria o di cicuta m’è torntato in mente(la mattina sono una tabula rasa, ho bisogno di almeno tre quattro ore per ricordare chi sono, come mi chiamo, quanti anni ho..ecc., le cose basiche insomma) che lì, dove presto la mia opera di schiavo, avevo a disposizione un’intera classe di bibliotecarie psicotiche su cui speculare, cercar raffronti e differenze tra loro e una collega del 1917, immaginare possibili sviluppi del racconto della Munro osservando le dinamiche delle psicobibliotecarie. Premetto che non son tutte donne, c’è anche qualche uomo, ma –e non è una sparata sessista- i bibliotecari son bibliotecarie nell’animo, punto e basta. Naturalmente il mio tentativo di munrorizzare le mie lettricidicodiciISBN si è rivelato fallimentare. Qualunque mio timido accenno alla Munro si è frantumato contro lo sguardo bovino tipico delle lettrici di cacciatoridiaquiloni e ladridimerendine. Con l’assidua e non cercata frequentazione delle suddette  ho imparato un po’ di cose su di loro, non che questo mio sapere torni utile per capire cosa cavolo farà quella stramaledetta bibliotecaria del 1917, ma son regolette che tornano buone nella vita di tutti giorni. Prima regola: mai restar da soli nella stanza con una bibliotecaria e se proprio dovete assicuratevi di lasciare la porta aperta, si lo so’ che tutti noi nascondiamo segreti nell’armadio, che c’è chi ama le fruste e il lattice, chi invece farsi spegnere cicche sul petto o chi mostrar le proprie nudità nei parchi pubblici, ma queste son cose che si possono comprendere, capire, ma rimanere sotto le grinfie di una bibliotecaria può arrecare danni permanenti,; altra regola, che più che una regola è un simpatico giochetto da salotto, provate a nominare Roth a una bibliotecaria e lei vi risponderà “si certo, Joseph”, o peggio(forse meglio) “certo Tim, quello del film di Tornatore tratto dal romanzo di Baricco” e la “o” di Baricco risplenderà di orgasmica inflessione. Un giorno vidi  una di loro legger Possessione della Byatt durante una pausa e allora l’importunai speranzoso di trovar comune afflato, era una timida biondina dalle delicate fattezze, intorno ai quaranta( d è l’eta minima tra di loro, le più giovani son tutte precarie o servizio civile), e parlando lei pronunciò il nome  Byatt alla francese, non disse baiatt, ma biàtt!!!! –ma bisogna capirle, stan sempre a sbrodolarsi con la loro grande Cultura Umanistica, e con questo intendono quella manciata d’anni che passa tra Manzoni e Flaubert, al massimo le più spregiudicate s’inerpicano su su fino a Croce, son le ultime Crociane d’Italia, vanno preservate. Insomma, per farla breve, ho buttato le mie sei ore senza giungere a capo del mistero della bibliotecaria del 1917, quindi son stato proprio felice quando ho ripreso la metro certo di poter leggere il seguito del racconto, ma, e mi vien da piangere, il libro non c’era più nella mia borsa, sparito, dissolto. Ho ricostruito ogni mio gesto, movimento, atto, ma nulla, son sicuro di aver riposto il libro nella borsa, l’unica possibilità. è che una di loro me l’abbia fregato, non per il vaolore in sé, son certo, e neppure per la Munro(Munro chi???? un terzino rumeno della Roma?), ma per puro feticismo nei miei confronti, a forza di rincoglionirsi con quella roba francese si saranno sicuramente messe in testa che tra docente e discente intercorre un filo sottile di erotismo, han la culturumanistica  dalla loro a da man forte.

Insomma, qualcuno mi aiuti, che cavolo succede alla bibliotecaria del 1917???

*ho acquistato il precedente libro della Munroin un megastore feltrinelli poco prima di Natale, non riuscivo a trovarlo in mezzo a tutte quelle agendine e quei calendari con i gatti, allora spazientito ho chiesto aiuto a un commesso, lui, con modi gentili, mi ha domandato se dovevo regalarlo a una donna, dato che -a parere del commesso o dell'ufficio marketing della Feltrinelli non so- è il libro di un'autrice indicata per una donna. Signori dell'accademia delle lettere di stoccolma o come diavolo si chiama, se proprio non volete dare il Nobel alla Munro almeno datelo ai commessi della Feltrinelli.

 

postato da: gloriagloom alle ore 01:36 | Permalink | commenti (9)
categoria:
domenica, 10 febbraio 2008
I piani trentennali e le strategie a lungo termine pagano sempre, non c'è che dire...si inizia con il  compromesso storico e si finisce col farsi chiamare socialdemocratici da Berlusconi. Bravi, bene, bis.
postato da: gloriagloom alle ore 11:01 | Permalink | commenti (2)
categoria:
giovedì, 07 febbraio 2008

Continuo a far strani sogni. Ho sognato di fare il pusher. Vendevo una singolare droga il cui unico effetto era quello di rendere chi l’assumeva ballerino per qualche secondo. Vedevo, nel sogno, gente che camminava e improvvisamente si produceva in una velocissisma piroetta-non credo sia questo il termine tecnico- su una punta. Uomo o donna che fosse, in quei pochi secondi, indossava un vestito rosso, con un’ampia gonna. Subito dopo riprendeva a far tranquillamente quello che faceva prima. La sostanza era contenuta in una pasticca rossa, somigliava molto a un optalidon.

Dopo il sogno non son più riuscito a dormire, allora mi sono trasferito sul divano e ho messo su un cd di Lucinda Williams, sarà stata l’ora o i residui dell’attività sognatoria, ma mi son commosso. Ho deciso che  m’innamorerò di una donna che si chiama Lucinda, anche non fosse io la chiamerò così, dovrà dirmi cose ripo “hei, baby”, bere trenta birre di fila senza ubriacarsi, dovrà essere in grado di trasportarmi sulle spalle a  casa quando io crollerò svenuto alla terza birra,  e nelle serate di maliconia guardarmi con aria feroce e assassina. Gia che c’è anche riparare il rubinetto del lavandino in bagno che perde da tempo immemore. Non so se c’è un rapporto tra il sogno e la mia futura vita sentimentale, ma quando entrerò nel businnes della droga ballerina, quella pasticca la chiamerò Lucinda, in suo onore.

postato da: gloriagloom alle ore 06:49 | Permalink | commenti (14)
categoria: