Per quanto mi si dia del tacchino gloglottante non posso che ringraziare virtualmente la bloggeur (gloglottante francesismo) autrice della stessa.
Quando in televisione, tipo oggi, vedo un noto regista che a proposito del suo ultimo film dice: “questo film riguarda tutti noi…è la nostra storia”, mi viene da rispondere a voce alta: “perché allora non ti fai i cazzi tuoi?”
Alla fine –vedi post sotto- l’ho preparata la zuppa di cipolle. Mi son messo lì a seguire le istruzioni della maestra digitale e ho cominciato a tagliar cipolle –sottili sottili, e la voce ha insistito più volte su questo punto, trasparenti devono essere per una zuppa con i controcazzi- , ma io sono uno di quei coglioni impressionabili che quando taglia le cipolle piange, dapprima solo per l’effluvio cipollesco, poi m’immedesimo nell’atto e vado a pensare alle cose più tristi che si posson trovare nella propria e altrui vite e ho da fermarmi per scovare uno scottex e ripetermi quanto son cretino. Finito di disperarmi con le cipolle mi sono accorto di non avere pancetta -qualche fetta di pancetta affumicata, ordina il fantasma binario- indi son calato al supermercato per approvvigionarmene ma al banco c’era la commessa di qualche post sotto, m’ha spezzato il cuore la stronza, e ho ripiegato verso il frigorifero del già pronto che era carico sì d’ogni sorta di pancetta, ma non affumicata, l’unica in tal guisa era a cubetti con stampata sulla confezione l’immagine di una forchettata di spaghetti alla carbonara, ‘sti cazzi! ho sussurrato e ne ho tirate su un paio di confezioni. Insomma, il carico di dolore delle cipolle sfrigolava ripassato in farina sul fuoco, il mantello di pancetta saltabeccava allegro sotto i colpi della paletta di legno, il brodo bolliva a parte, le patate scottate e tagliuzzate s’insaporivano di ginepro e il bicchierino di brandy era pronto a dar fine al pigolio delle cipolle e della pancetta, allora mi son detto: “orsù Glorio, mettici del tuo, non dar soddisfazione a quella francese saccente e mangiarane”, quindi ho messo dentro anche dei gambi di carciofo e, con gran soddisfazione per la mia capacità improvvisativa, qualche gamberetto surgelato già sgusciato. Ho lasciato il tutto a strabollire e mi son spaparanzato sul divano a meditare. Ho accademicamente strologato intorno alla banale e classica divisione del mondo tra chi mangia cipolla e chi aglio, buoni e cattivi insomma, buoni quelli come me che aman la cipolla, cattivi tutti gli altri. Ho pensato che in fondo anche nel popolo francese qualche buon diavolo deve pur esserci, che le poche cose che la cultura francese ci ha dato devono esser venute fuori da mangiacipolle, ho immaginato che Truffaut prima di girare una scena addentasse sempre un cipolla cruda mentre Romher son sicuro che teneva una collana d’aglio sotto un qualche stronzissimo maglione dolcevita, ho intravisto Dumas scrivere i tre moschettieri in un assolato campo di cipolle e Flaubert che ogni mattina ingollava uno spicchio d’aglio a stomaco vuoto. E su questa disgustosa immagine mi sono addormentato. Alla fine c’è da dire che la zuppa era proprio buona, tanto buona che m’ha messo su voglia di sfrenata mondanità; allora sono andato al cinema a vedermi “La famiglia Savage”, che una volta depurato da quell’atmosfera stronzetta da pesudofilmindipendenteamericano, è proprio un bel film e Seymour Philip Hoffman, son quasi certo, è un mangiacipolle come me.