sabato, 16 febbraio 2008

E che cazzo! a neanche due mesi da questo esce quest’altro, per chi mi avete preso lì all’Einaudi? son uno a stipendio fisso mica un evasore fiscale  del nordest! e che ricazzo! per fortuna alla Feltrinelli c’è il 30% sugli Einaudi, e visto che io alla Feltrinelli non compro mai nulla se non i libri della Munro da quando ho scoperto che lì utilizzano delle tecniche goduriose per vendere le merci della vecchietta canadese*, lo sconto arriva prorio a ciccio, quindi eseguo(i libri della Munro van sempre comprati appena escono, dopo qualche giorno puzzano di morto, è un effetto collaterale della loro natura religiosa, per cosa credete che ci han fatto buttare tempo e gioventù dapprima sulle stanghette e i cerchi, poi sulle vocali e sulle consonati, indi sull’analisi logica e grammaticale, infine sulle lingue morte e su quelle assassine se non per arrivare un giorno a poter leggere i racconti della Munro, i romanzi di piacca Roth e le visioni di piacca Dick?). Stamani esco di casa con il libro e calcolando che tra bus e metro il tempo di percorrenza tra casa e lavoro varia tra i quaranta minuti e l’eternità, conto, tra andata e ritorno, di leggermi almeno un racconto, magari due. Decido di rinunciare addirittura all’Ipod(non che sia una gran rinuncia a dire il vero, visto che negli ultimi giorni, causa il mio umore depresso e deprimente, era tutto un vagare tra Nick Drake, Leonard Cohen e Lucinda Williams, dopo m'è  solo rimasto di buttar dentro un Te Deum e buttar me sotto le rotaie). Nel primo racconto c’è una bibliotecaria, una bibliotecaria canadese degli anni venti  di facili costumi(per l’epoca), che s’intrattiene biblicamente con un commesso viaggiatore nell’albergo in cui vive, ma prima del piacere si fa un dovere di raccontargli una storia,  la storia di una corrispondenza che nel 1917 intratteneva con un soldato al fronte, una corrispondenza malandrina che li fa sospirare d’amore e di promesse, ma a guerra finita il soldato scompare nel nulla, fino a che lei, da un articolo di un giornale locale, scopre che il marrano si è bellamente sposato, e ancor peggio trova un biglietto, in biblioteca, vergato da apparente mano misteriosa con su le scuse del marrano  per il suo comportamento,  ero già fidanzato, scrive,  e promesso sposo da prima della carneficina internazionale e indi il matrimonio s’aveva da fare. Ora, chi è aduso alla lettura della Munro, saprà che questo plot da soap non è altro che l’anticamera,  il triste presagio di qualche accadimento indicibile, di qualche casualità infida, di un qualche destino ineluttabile nella sua malvagia semplicità. E’ il punto dove il tipico lettore della Munro  si ferma e dice, tra se e se, e ora cosa cazzo succederà? E questo punto per me è arrivato proprio aalla mia fermata, al mio personale luogo di detenzione lavorativa, per cui mentre traversavo la disatrata piazza  facendo attenzione a non farmi arrotare da qualche suv rubato da uno zingaro rumeno pensavo alla bibliotecaria del 1917, ai commessi viaggiatori in cerca di compagnia nei motel della provincia canadese e al diabolico meccanismo del destino che ogni persona racchiude inconsapevole in se. Avrei voluto finire il racconto invece di andare al lavoro, mi dicevo: “a destra ho il lavoro, a sinistra il bar dei cinesi, che strada imbocco, che decisione prendo?”. Ovviamente sono andato dai cinesi ad avvelenarmi con il loro caffè all’acqua sporca, ho pensato che un po’ di millenaria saggezza  m’avrebbe fatto riflettere meglio sulle gonne e le lettere d’amore di una bibliotecaria del 1917. Ma mentre m’interrogavo se il caffè sapesse più di cicoria o di cicuta m’è torntato in mente(la mattina sono una tabula rasa, ho bisogno di almeno tre quattro ore per ricordare chi sono, come mi chiamo, quanti anni ho..ecc., le cose basiche insomma) che lì, dove presto la mia opera di schiavo, avevo a disposizione un’intera classe di bibliotecarie psicotiche su cui speculare, cercar raffronti e differenze tra loro e una collega del 1917, immaginare possibili sviluppi del racconto della Munro osservando le dinamiche delle psicobibliotecarie. Premetto che non son tutte donne, c’è anche qualche uomo, ma –e non è una sparata sessista- i bibliotecari son bibliotecarie nell’animo, punto e basta. Naturalmente il mio tentativo di munrorizzare le mie lettricidicodiciISBN si è rivelato fallimentare. Qualunque mio timido accenno alla Munro si è frantumato contro lo sguardo bovino tipico delle lettrici di cacciatoridiaquiloni e ladridimerendine. Con l’assidua e non cercata frequentazione delle suddette  ho imparato un po’ di cose su di loro, non che questo mio sapere torni utile per capire cosa cavolo farà quella stramaledetta bibliotecaria del 1917, ma son regolette che tornano buone nella vita di tutti giorni. Prima regola: mai restar da soli nella stanza con una bibliotecaria e se proprio dovete assicuratevi di lasciare la porta aperta, si lo so’ che tutti noi nascondiamo segreti nell’armadio, che c’è chi ama le fruste e il lattice, chi invece farsi spegnere cicche sul petto o chi mostrar le proprie nudità nei parchi pubblici, ma queste son cose che si possono comprendere, capire, ma rimanere sotto le grinfie di una bibliotecaria può arrecare danni permanenti,; altra regola, che più che una regola è un simpatico giochetto da salotto, provate a nominare Roth a una bibliotecaria e lei vi risponderà “si certo, Joseph”, o peggio(forse meglio) “certo Tim, quello del film di Tornatore tratto dal romanzo di Baricco” e la “o” di Baricco risplenderà di orgasmica inflessione. Un giorno vidi  una di loro legger Possessione della Byatt durante una pausa e allora l’importunai speranzoso di trovar comune afflato, era una timida biondina dalle delicate fattezze, intorno ai quaranta( d è l’eta minima tra di loro, le più giovani son tutte precarie o servizio civile), e parlando lei pronunciò il nome  Byatt alla francese, non disse baiatt, ma biàtt!!!! –ma bisogna capirle, stan sempre a sbrodolarsi con la loro grande Cultura Umanistica, e con questo intendono quella manciata d’anni che passa tra Manzoni e Flaubert, al massimo le più spregiudicate s’inerpicano su su fino a Croce, son le ultime Crociane d’Italia, vanno preservate. Insomma, per farla breve, ho buttato le mie sei ore senza giungere a capo del mistero della bibliotecaria del 1917, quindi son stato proprio felice quando ho ripreso la metro certo di poter leggere il seguito del racconto, ma, e mi vien da piangere, il libro non c’era più nella mia borsa, sparito, dissolto. Ho ricostruito ogni mio gesto, movimento, atto, ma nulla, son sicuro di aver riposto il libro nella borsa, l’unica possibilità. è che una di loro me l’abbia fregato, non per il vaolore in sé, son certo, e neppure per la Munro(Munro chi???? un terzino rumeno della Roma?), ma per puro feticismo nei miei confronti, a forza di rincoglionirsi con quella roba francese si saranno sicuramente messe in testa che tra docente e discente intercorre un filo sottile di erotismo, han la culturumanistica  dalla loro a da man forte.

Insomma, qualcuno mi aiuti, che cavolo succede alla bibliotecaria del 1917???

*ho acquistato il precedente libro della Munroin un megastore feltrinelli poco prima di Natale, non riuscivo a trovarlo in mezzo a tutte quelle agendine e quei calendari con i gatti, allora spazientito ho chiesto aiuto a un commesso, lui, con modi gentili, mi ha domandato se dovevo regalarlo a una donna, dato che -a parere del commesso o dell'ufficio marketing della Feltrinelli non so- è il libro di un'autrice indicata per una donna. Signori dell'accademia delle lettere di stoccolma o come diavolo si chiama, se proprio non volete dare il Nobel alla Munro almeno datelo ai commessi della Feltrinelli.

 

postato da: gloriagloom alle ore 01:36 | Permalink | commenti (9)
Commenti
#1   17 Febbraio 2008 - 09:51
 
noooo... ma sul serio hai perso o t'hanno fottuto l’ultimo della munro??
non ti credo.
oppure sì: magari, lì dove "presti la tua opera di schiavo", te l'ha effettivamente sfilato di mano una bibliotecaria per dissezionarlo pagina a pagina e riciclarlo nel commencio clandestino di organigrammi dell'ente comunale (con l'aiuto della mafia cinese, s'intende).
e adesso??!? cazzo, attendevo una tua recensione…
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#2   17 Febbraio 2008 - 10:47
 
@parolaia: si, me l'han proprio fottuto, magari l'ho dimenticato io da qualche parte e una biblio ha pensato fosse una sorta di mio messaggio a lei rivolto e non oso immaginare, in tal caso, in quale trama munroriana mi troverò coinvolto con conseguenze a catena che potrebbero rivelarsi tutte insieme magari tra ventanni. Ora io non è che ce l'abbia con le biblio, come potrebbe sembrare dal post - son solo gentili signore che hanno ascoltato troppo benigni che recita dante, troppe canzoni di ivano fossati e si fanno suggestionare da riviste tipo Left e Micromega- si fa solo per dire(glorio il pavido)
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#3   18 Febbraio 2008 - 09:25
 
Tu non ci crederai, ma giusto un anno fa ho scritto un racconto dove lui rimorchia lei grazie a un libro di Alice M. (Poi la storia evolve in tipico stile munroiano (munroiano?) senza lieto fine). Non c'è dubbio che il furto del libro sia da ascrivere a finalità di avvicinamento. Cerca di comportatrti come un eroe intellettuale della Munro, con la giusta dose di passionalità. E dimmi dove trovare la recensione del penultimo libro, ch'è ancora intonso sul mio comodino.
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#4   18 Febbraio 2008 - 17:48
 
@vieenb.: io ho sempre desiderato incontrare una donna del tutto simile a un personaggio femminile della munro(con in più la capacità di riparar lavndini:) ), il problema sono gli uomini della munro, non mi andrebbe per nulla di rassomigliare a uno di quei poveretti. Anzi, ora che ci penso, non riesco a trovare neppure un personaggio maschile, di un qualche scrittore che mi piace, che vorrei esser.
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#5   20 Febbraio 2008 - 09:47
 
castle rock l'aggio finito l'altro ieri, ora prima di passare all'ultimo mi faccio "la bambina silenziosa" di hoeg. che mi richiede un'attenzione pazzesca ma gliela do volentieri, visto che è pazzesco pure lui (nel senso che è fichissimus).
(sempre detto baiett, ma èggiusto?)
utente anonimo

#6   20 Febbraio 2008 - 17:34
 
baiatt si dice. Hoeg invece mi sa che è impronuciabile. ma è lo stesso hoeg di smilia? non l'ho mai letto ma nella mia presupponenza cazzara ho sempre pensato fosse un cazzone. Invece merita?(oramai dopo la bella dritta su gustafsson mi fido a occhi chiusi di te per gli scandivavi)
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#7   24 Febbraio 2008 - 13:42
 
Ciao Gloriagloom, secondo me anche Christensen e la Fossum non sono male. Elidar
utente anonimo

#8   25 Febbraio 2008 - 10:21
 
sì, è lo stesso di smilla, che non è male. non so se ti piacerebbe, secondo me è un po' esibizionista e narcisista. certi scandinavi tipo gustav e paasilinna son più artigiani autoironici, hoeg... per esempio in questo ultimo fino a pag. 100 ero lì che mi chiedevo a che pro. poi in parte recupera, ma non so se consigliartelo.

(poi non è che conosco lo scibile scandinavo, per esempio i due che cita elidar non li conosco - però l'onesta bugiarda di tove jansson mi piacque assai)
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#9   26 Maggio 2008 - 11:37
 
Memore di questa tua disinvolta dissertazione, ho attaccato grintosa il racconto in questione, per risolvere il mistero adombrato dalle tue parole e da quelle- assai più sapienti- dell' Alice. Il malefico incantesimo sul racconto (il titolo della raccolta, "Segreti svelati", è quanto mai menzognero) ha fatto sì, che pur leggendone (e rileggendone, ahimé) il finale , non abbia assolutamente capito come si risolve la vicenda. Un po' come quando vai a vedere un film giallo e ti devi far spiegare dall'amico compiacente chi è l'assassino, ché tu a furia di coprirti gli occhi per non vedere gli schizzi di sangue ti sei perso la scena clou...
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