Stamani(domenica) su un treno il caso(la prenotazione) mi fa sedere davanti una donna che trovo, a istinto, simpatica. Sarà il suo vestimento, una certa aria alla come capita, che mi fa sentir tranquillo in mezzo a quella selva di portatili, palmari, eleganze del riccio e cacciatori di aquiloni. Ha intorno ai quarantanni(forse più, forse meno), tanti capelli, anche se non lunghi, ricci, anzi arricciati e un paio di occhiali da sole a specchio che riflettono il paeseggio fuori come in una foto panoramica. Come me, probabilmente, si è dimenticata di comprare da bere prima di salire sul treno e siamo quindi costretti, in tempi diversi, a transumanare attraverso cinque vagoni per farci rapinare da quei ladroni prezzolati del servizio ristorante(2 euro una mezza minerale!!!!). Tutti e due ascoltiamo della musica da cloni di Ipod di dubbia provenienza, lei batte il piede a un ritmo molto lento, con gli occhi chiusi, all’apparenza molto concentrata, a tratti il piede si arresta e lei sembra cadere in un sonno leggero, entra ed esce da un sonno leggero o forse son solo pensieri improvvisi che la catatonizzano. Io non ascolto musica, ascolto alcune ricette scaricate da un podcast, roba pseudofrancese: cozze alla normanna e zuppa di cipolle gratinate, cerco di capire se sarò in grado, in un prossimo futuro, di realizzarle; mi chiedo anche perché cazzo i francesi devono ripassare al forno una zuppa di cipolle e vorrei chiederlo anche a lei, alla donna, cosa pensa di un popolo che mangia la testa di un vitello insaporita di ginepro. Ma non lo faccio. Non sono il tipo di persona che attacca a parlare con gli sconosciuti sul treno. Però immagino un mondo parallelo, un mondo dove io e lei ci conosciamo, dove posso invitarla con tranquillità ad assaggiare le mie cozze alla normanna e farmi aiutare a tagliare le cipolle e a decapitare il vitello. Anche, più semplicemente, un mondo parallelo dove io sono una persona meno timida e capace di attaccare discorso in treno o ancora, ancor più più semplicemente, un mondo parallelo dove è lei ad attaccar discorso con me. Poi accade –non che lei attacca discorso con me- accade che lei tira fuori un libro dalla borsa, “la solitudine dei numeri primi” per l’appunto, e di quel libro io so ben poco. Tutto quello che so è di aver visto, giorni prima, la vetrina di una Feltrinelli addobbata con quel libro e di aver pensato, di aver presunto, ecco l’ennesima stronzata e pochi giorni dopo di averne letto assai bane sul corriere o forse sulla repubblica e di aver ripresunto(presumere per noi pigri è davvero una gran bella comodità) “deve essere proprio l’ennesima stronzatina di un giovinotto italiano che si trastulla con le solite stronzate tipiche di quegli stronzi di suoi coetanei nel solito stronzissimo stile”, ecco quello che ho ripresunto. Quindi ci resto un po’ male che lei si metta a leggere proprio quel libro, e non che lo inizi, può capitare a tutti di prendere una sòla, ma che lo stia addirittura finendo, sta sfogliando le ultime pagine, anche se, devo dire, lo fa con una certa svogliatezza, come non le interessasse giungere a conclusione. Intanto stiamo entrando a Termini, io di solito(di solito quando sono su un treno) la prendo comoda, attendo che tutti sfollino per alzarmi, e vedo che anche lei ha quest’uso, restiamo infatti attaccati al nostro far nulla mentre intorno a noi tutti si dan da fare con giacche e bagagli. Per sono arrabbiato. Arrabbiato con lei e col suo libro, quindi m’alzo anche io e mi metto paziente in fila per calar giù. A roma è esplosa primavera. M’attardo in fondo al binario a fumare una sigaretta. La vedo passare. Trascina svagata un piccolo trolley con tre stelle rosse stampate sopra. Abbiamo un giaccone dello stesso colore. Ma lei ha quel libro, in borsa, che la trascina via da me, in un buco nero senza porte su mondi paralleli, in posti dove non ci sono vitelli da decapitare e bacche di ginepro da raccogliere. Butto via la sigaretta e m’incammino verso casa, penso a quante cipolle ho nel frigo e sono abbastanza per tirar fuori una zuppa.












